PATRIZIA DI COSTANZO

La città, il territorio e la creatività viste dall’architetto, esperto in design, come una forza propulsiva di idee che permette un passo avanti, dalla creatività all’innovazione, e diventare imprenditoria.

Vuole tentare una definizione di creatività?
Oggi, la parola creatività e l’aggettivo “creativo” ricorrono frequentemente nell’uso non specialistico della conversazione quotidiana: “Il discorso dei media riflette e alimenta questa diffusione parlando ormai di creatività in cucina, in giardino, nell’abbigliamento, nei rapporti di coppia, nell’educazione dei figli, nel lavoro e nel tempo libero”. Tante sono le definizioni che filosofi, intellettuali, psicologi e studiosi hanno elaborato, in merito. Dal mio punto di vista, persona creativa non è soltanto, ‘l’artista’ ma chiunque abbia la capacità di vedere in modo diverso, con un cambio di prospettiva, che guardi il mondo senza schemi preordinati e inibitori, seguendo il proprio istinto, ricercando la propria libertà.

Quali sono gli elementi fondamentali che definiscono l’industria creativa nel settore del design e dell’artigianato?
La rivoluzione in atto nel mondo produttivo parte dalla crescente capacità di giudizio estetico del consumatore, che – anche e soprattutto attraverso l’uso della Rete e delle logiche del web 2.0 – diventa autore della propria esistenza e critico competente per quanto riguarda prodotti e servizi. “Questo passaggio d’epoca e cambio di paradigma che viene segnato dalla temperatura fruitiva delle persone, pone al centro per tutte le aziende – e non più solo per quelle di punta – il tema del design thinking e quello del rigenerare valore”. Si affermano ormai con chiarezza i valori di un consumo che concilia benessere, sensibilità ambientale e percezione virtuosa fondata sulla reale qualità del prodotto. Nell’era della flessibilità, con cambiamenti epocali che ci vedono spettatori attoniti, con lo scardinamento di equilibri che ci sembravano consolidati, con mutamenti altrettanto incisivi nei mercati e tra i consumatori, si devono prendere le distanze dai vecchi stereotipi della serialità, e proiettarci verso un “nuovo paradigma con regole nuove” (G.Fabris) prendendo come scala di riferimento i localismi: piccoli luoghi che possiedono grandi capitali e riserve di ragioni e saperi e competenze antiche che possono essere spese su qualunque mercato, a patto di sapersi confrontare anche con scenari evoluti e globali. Da tutto ciò ne consegue che il Marketing, il principale strumento con cui l’impresa si raccorda con il mercato, è da tempo in crescente difficoltà. Occorre prenderne consapevolezza, elaborare nuovi paradigmi come afferma Giampaolo Fabris, “il rischio altrimenti è che il marketing combatta le sue battaglie con le armi del conflitto precedente”. Il mercato non è altro che il sintomo collaterale del sociale, il consumatore non esiste, esiste l’individuo che fra le tante cose che fa durante la giornata acquista e consuma anche dei prodotti. Quindi l’unica prospettiva è togliere al marketing la logica soltanto aziendalistica per farlo diventare anche una scienza sociale.

Quali sono i valori “altri” che lei collega alla creatività?
L’attività culturale, innovativa, ideativa fa bene a “cosa” secondo lei?

Il “saper vedere” (come dice Erich Fromm) è fondamentale nel nostro concetto di creatività umana. Naturalmente non è un “vedere” con gli occhi, ma un percepire molto più profondo, con le proprie emozioni, con tutto sé stesso. E quindi la relazione creativa col mondo, essenza della creatività, è fondata su una comunicazione empatica, emozionale, molto complessa e profonda, che va molto al di là della semplice registrazione fredda e neutrale della realtà esterna. “La creatività è un orizzonte”,? “La creatività è la risposta che apre”(aforismi di Aldo Carotenuto) è il mezzo di identificazione delle cose naturali e artificiali: si vestirà di linguaggio, di musica, di scultura, di scrittura, di mimica, di danza; si chiamerà gesto, segnale, figura, impronta, indizio, testimonianza, memoria, simbolo, ma sarà il segno di una realtà che getta il ponte verso la nostra mente.

Nella provincia di Roma esiste una “classe creativa”? E, se sì, ha un profilo peculiare, una serie di caratteristiche che possiamo considerare uniche nel panorama romano?
Nel dibattito politico e culturale sul futuro delle grandi città, il tema della creatività è diventato dominante, innescato da studi e approfondimenti di ricercatori che hanno il merito di riportarci alla realtà della situazione italiana. Roma ed il suo territorio da sempre hanno rappresentato il fulcro germinale di movimenti artistici e culturali di varia natura, dal jazz, alla cultura alta, a quella popolare, alle sperimentazioni, al teatro d’avanguardia, alle mostre e tutto quello che un amante del sapere può desiderare, in una misura di gran lunga superiore a qualunque altra città italiana, senza ostentazione, con ironica leggerezza. Di contro è sempre mancato il ‘sistema impresa’ che concretizzi tanta intuizione e proposta.

Quali sono secondo lei gli indicatori più interessanti dello stato di “salute” della creatività romana?
L’apertura di spazi destinati alla presentazione di mostre ed eventi di respiro internazionali, la riqualificazione di spazi con rinnovate destinazioni d’uso, l’editoria, una realtà fortemente in espansione sul territorio, le scuole che producono innovazione, in una città, a volte sopraffatta da un passato tanto ingombrante, fatto di imperatori e papi. Questo aiuta a sviluppare in ciascun cittadino la consapevolezza di vivere in un territorio ricco di potenzialità e disporre di tutti gli strumenti necessari per mettere in atto qualunque iniziativa utile alla crescita individuale e collettiva che permetta la valorizzazione dei talenti e delle creatività del nostro territorio.

A che cosa dovrebbero portare (o hanno portato) gli investimenti fatti e da fare in campo creativo?
Supportare e valorizzare progetti che creino produzioni di nicchia per la serie di qualità, deve essere sempre più il compito e l’impegno condiviso, sia da parte di Enti e Istituzioni, pubbliche e private, sia da chiunque sia interessato a premiare e promuovere la ricerca creativa. Ad aumentare le possibilità di resistere, in tempi così difficili, alle imprese impegnate al mantenimento della tradizione locale, e ai giovani di sperimentarsi nelle proprie vocazioni per aiutare con le loro idee innovative a migliorare la vita del singolo e della collettività.

Esiste un caso estero o italiano di “trattamento” riservato alla classe creativa a cui dobbiamo guardare con successo?
La creatività deve diventare imprenditoria, è la forza propulsiva delle idee che permette un passo avanti, dalla creatività all’innovazione. Le città sono importanti per la creatività. Ad esempio, Barcellona, Edimburgo, Amsterdam sono tre città che hanno scelto una vocazione: hanno in comune il ruolo che la cultura può avere nello sviluppo sociale ed economico di un’area metropolitana. Un altro esempio è Linz, città industriale austriaca dedita per molto tempo solamente all’industria dell’acciaio, che si è ben riconvertita con il Festival Ars Electronica, diventato un successo internazionale. Isabel Roig (Barcelona Centre de Disseny): “Il design è il link perfetto tra creatività ed innovazione. Il design è un modo di pensare e di risolvere problemi. Nel Barcelona Centre de Disseny, è importante la cooperazione tra pubblico e privato. Negli ultimi dieci anni, a Barcellona, ci sono stati molti progetti per migliorare l’accessibilità al turismo. Una design city non significa vivere in un luna park. Molti talenti sono attratti a Barcellona e questo consente di creare interessanti team multidisciplinari”. Robert Marijnissen (programme manager creative cities, Amsterdam Area): “La creatività e l’innovazione sono mentalità. Quando ho iniziato a lavorare ad Amsterdam, sono rimasto stupito dal fatto che le persone dei vari dipartimenti non si conoscessero. “Ho cercato di favorire i contatti faccia a faccia. Connettere segmenti diversi è importante: stiamo connettendo diverse communities nell’area di Amsterdam, anche con le tecnologie 2.0. Se si coinvolgono le persone di Amsterdam a lavorare sulla città in cui vorrebbero vivere, è più facile partire. Bisogna stabilire due o tre punti chiave e poi favorire l’osmosi tra amministratori e tessuto sociale, dove ci sono anche i creativi. Persone, soldi, idee”.

Esiste un’esperienza che considera esemplare per le sue competenze e capacità? Quale?
La mia esperienza sul design, come processo e nelle declinazioni delle problematiche aziendali, si è formata e concretizzata all’interno della Pallucco, azienda di complementi d’arredo, di Paolo Pallucco, dalla fase fondativa fino alla sua evoluzione. La stessa visionarietà della scuola imprenditoriale italiana di Adriano Olivetti, slittata alla fine degli anni ’70, con un percorso distintivo, lungo i grandi cambiamenti del design italiano. Nuovi segni, indelebili e sorprendenti, nella storia del design convivono accanto alle riedizioni di pezzi storici degli anni ’20 e ’30 di Jacobus Johannes Peter Oud (una mia ricerca agli inizii degli anni ’70), Mariano Fortuny, Eileen Gray, Mallet Stevens, Renè Herbst e dei maestri del razionalismo italiano come Giò Ponti, Mario Asnago e Claudio Vender. Dall’immagine coordinata che ha visto attore Bob Noorda con le fotografie di Pino Abbrescia, allo stile unico nei cataloghi con le fotografie di Peter Lindbergh, i testi scelti a commento del poeta Rilke, le presentazioni fuori Salone del Mobile, al mattatoio abbandonato di Milano, con il coinvolgimento di Henri Alekan (direttore della fotografia di progetti cinematografici, come “Il cielo sopra Berlino” di W. Wenders) e le scenografie di Pina Baush e Peter Pabst. Tutto questo quando ancora non esistevano “Tortona” e “i fuori Salone” ma solo qualche mostra in ambiti specifici e manifestazioni organizzate negli showroom aziendali milanesi. Il coinvolgimento è trasversale nei vari campi delle arti, anche Rei Kawakubo, fondatrice della casa di moda “Commes des Garçons”, concede per la prima volta la sua firma ad una linea di arredi e un suo fedele amico e collaboratore, il grafico Toji Murata diventa il grafico del nuovo catalogo Pallucco. Risultato ed immagine di una realtà industriale e di una coerenza concettuale che nel corso di otto anni ha subito per tappe successive, tutte significative una evoluzione costante. Molte altre esperienze successive, con altre aziende di riferimento, mi hanno portato, oggi, a rintracciare segnali significativi nelle imprese artigiane che esprimono la cultura e le tradizioni più profonde, in un mondo in cui dimensione globale e locale sempre più si intersecano. Dare conto, attraverso l’organizzazione e la curatela di mostre, di una selezione di eccellenze, nate appunto dalla attenzione rivolta alla creazione di oggetti che denotano una sorta di complicità tra progetto, manualità e fantasia, ricreare e ristabilire forme di intensa e proficua collaborazione tra i designer ed il mondo artigianale produttivo locale, è l’obiettivo che mi sono posta da qualche anno. Le istituzioni dovrebbero cogliere questi sondaggi e tracciare concretamente l’indirizzo futuro di una rinnovata imprenditorialità, che accomuna impresa, società e territorio per partecipare come soggetti attivi e protagonisti di un piano di sviluppo economico sostenibile, investendo tutte le energie per superare il nocciolo duro del grande tema del made in Italy, oggi.

Patrizia Di Costanzo, nasce a Roma dove vive e lavora. Architetto e membro di giurie in concorsi nazionali, è curatrice di mostre e manifestazioni sul design in Italia e all’estero. È stata chiamata ad intervenire sul tema del design in televisione e radio, oltre a svolgere attività giornalistica come freelance. Dopo aver ricoperto il ruolo di product manager e direttore commerciale per aziende italiane leader nel settore del design, oggi Patrizia Di Costanzo è consulente nelle strategie di marketing creativo e comunicazione. Nel 1990 ha organizzato presso spazi museali quali: il Palazzo delle Esposizioni a Roma, il Palazzo Ducale di Genova, il Museo Emilio Greco a Orvieto ed il Centro Culturale “Le Zitelle” di Venezia, la selezione e la vendita di oggetti di design e di autoproduzioni di artisti, prima iniziativa italiana di cogestione tra enti locali ed impresa privata. Nel 2000 è stata ideatrice e direttrice del magazine “solointerni” (Terra Nova Editore, Roma) mensile di arredamento, architettura, arte, design ed informazioni culturali sulla città di Roma ed il suo hinterland. Poi fonda lo studio pdc_progetti di comunicazione, che si occupa di architettura pubblica e residenziale, interiors, product, exhibit e graphic design, comunicazione e marketing. Fino al 2010 ha insegnato Semiotica presso l’Istituto Europeo di Design di Roma, dove attualmente è docente di “Nuovo Marketing” e Sociologia del consumo; presso altri istituti tiene seminari specialistici.

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