STANISLAO DI GIUGNO

E’ tra gli artisti di Valentiny Contemporary, la mostra a Palazzo Valentini che inaugura il 28 marzo

Artista romano, Stanislao Di Giugno si divide tra la capitale e Berlino, dove lavora con la post produzione di immagini, oggetti e suoni che assumono nuove forme e significati inaspettati ed enigmatici. Nelle sue opere l’obiettivo è superare la produzione seriale e di massa della realtà, all’interno delle quali introduce nuovi elementi.
Per questo Di Giugno utilizza diversi media: collage, pittura, assemblaggio e installazione sonora, nella sua costante ricerca del ‘nonsense’. Nelle sue opere la realtà destrutturata assume una nuova connotazione espressiva, etica e interpretativa.

Le sue caratteristiche lo portano a partecipare a diverse mostre tra cui “When in Rome”, collettiva con i principali artisti contemporanei del territorio romano tenutasi a Los Angeles presso l’Istituto di Cultura italiana. “Le opere di ogni artista sono inevitabilmente figlie del tempo in cui sono state prodotte. Ma in ogni secolo ci sono state correnti e lavori omologhi. Il mio obiettivo è quello di mantenere un’autonomia creativa e una non sudditanza economica dal mercato dell’arte tale da permettere un’evoluzione libera e sincera della mia attività”.

Il suo lavoro si contraddistingue per la creazione di ‘cortocircuiti tra forma e contenuto’ perché tende a stravolgere quella logica del senso comune. “Attraverso le mie opere – chiarisce l’artista – indago il tema dell’originalità e dell’autorialità come prerogativa principale. Cerco sempre di mettere in discussione un’idea consolidata e di dialogare con il passato, senza subirne la costrizione. Cerco sempre di essere sorpreso io stesso, in prima persona, dalle possibilità delle mie creazioni. Cerco qualcosa che si scontri anche con il mio gusto. L’irripetibilità e l’eterogeneità sono, per questo, una peculiarità delle mie creazioni”.

La sua è una costante ricerca di una dimensione nuova da attribuire non solo all’opera d’arte ma anche al ruolo dell’artista: “Non mi vengono in mente realtà privilegiate. Ho sempre considerato l’arte un campo aperto e mi piacerebbe come artista poter avere una carta che attesti la mia professione, far parte di un ordine professionale come un commercialista o un medico e avere facilitazioni per accedere in vari ambiti, dalle Università alle biblioteche, ai laboratori di ricerca o altre istituzioni dalle quali un privato cittadino è normalmente escluso”.

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