Fare impresa è un lavoro creativo. Intervista a Stefano Gangli

Abbiamo intervistato Stefano Gangli, direttore creativo di SignDesign e autore del libro "Fare impresa è un lavoro creativo", un manualetto in 8 punti per capire se la vostra idea può trasformarsi in un impresa...

Iniziamo dal principio. Da dove nasce l’idea di scrivere un libro sull’impresa come lavoro creativo?
Sono direttore creativo di SignDesign, che è un’agenzia di comunicazione che ho fondato grazie al contributo (oggi si direbbe spin-off) di un’impresa del settore editoriale attiva da oltre 40 anni. La mia esperienza professionale si basa proprio sul quel concetto, fare della creatività un’impresa, per cui non stento a dire che l’idea di scriverci un libro è venuta da lì. Ma c’è di più. Ogni giorno sentiamo parlare di imprese e start-up e, seppure il tema abbia interessanti risvolti positivi, va detto anche che bisogna riportare a volte le persone sul terreno reale, specialmente se creative. Va fatto capire che avere un’ottima idea non è la condizione sufficiente per costruirsi un lavoro e che gli aspetti da valutare sono sicuramente più articolati e molte volte quelli che sembrano i più confortanti, nascondono possibili errori. E se fai un errore nel valutare la tua idea prima di farla diventare un’impresa, pagherai un conto salato.
Non è diverso poi se si parla di restyling di imprese esistenti, anche lì in molti casi l’insuccesso è prevedibile con un’analisi attenta che può consentire di capire quali correttivi apportare prima di arrivare a pensare che possa diventare un’operazione di sicuro profitto.

Qual è la tua personale definizione di “creatività”?
Nel libro spendo più di qualche riga a descrivere quello che questa parola possa rappresentare ma fondamentalmente è sempre riconducibile ad una capacità che si ha nel trovare una soluzione strategica rispetto ad un’esigenza che viene posta. Detto così potrebbe significare tutto e in effetti significa tutto. Non è creativo solo chi opera nell’ambito delle discipline creative (il gioco di parole è voluto), ma lo è chi studia un panorama, riconosce la possibilità di coinvolgere una propria competenza professionale e ne struttura l’applicazione come qualcosa che il pubblico specifico di quello scenario si aspetta. Meglio ancora se è qualcosa che non ci si aspettava ancora. Vista così la creatività è una componente che può essere interessata da chiunque, non solo da chi si sente un “creativo puro”. Ecco perché nel libro c’è un’intera trattazione sulla figura dell’imprenditore che opera nell’attuale mercato. Se è qualcuno che ci sta riuscendo, vuol dire che in un modo o nell’altro ha esattamente utilizzato il metodo che ho riassunto.

Il libro si propone come un compendio agile per comprendere i pilastri di questa nuova cultura imprenditoriale. Ed elenca 8 mosse “per capire se hai l’idea giusta”? Ce le riassumi?
Intanto ridimensionerei un po’. Se si trattasse di pilastri vuol dire che ho scritto un perfetto manuale per avere successo, ma non mi sento di considerarlo tale. Quello che è perfettamente corretto è invece la collocazione di quelle mosse in una nuova cultura imprenditoriale. Le 8 mosse non sono altro che quegli aspetti che finora molti, troppi imprenditori non hanno considerato, ad eccezione di quelli che, facendolo, hanno dimostrato che sono voci estremamente importanti. E vista l’effervescenza che si sta imponendo sul panorama giovanile in tema di start-up, che comunque devono diventare imprese, ho ritenuto il caso di definirle. Innanzitutto bisogna capire come è la propria idea al di fuori, che vale a dire vedere dall’esterno la proposta che si fa al mercato. Diventare spettatori della propria idea esattamente come farebbe un possibile futuro cliente.
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Poi c’è la comunicazione, una delle componenti che vengono adottate dalle piccole imprese come accessorio e che è stata una delle prime spese ad essere tagliate in tema di spending review. Va capito che un’impresa che non comunica, non c’è.
Importante è anche la componente della furbizia: replicare l’idea che altri hanno realizzato in un settore di mercato non è una garanzia di successo, anzi, a volte è causa di grossi disagi. Poi ci sono i soldi, e una delle caratteristiche dei creativi, come tradizionalmente vengono considerati, è che non sanno contare. Purtroppo è frequente che chi ha un’idea che lo coinvolge si distragga a tal punto dalla realtà tanto da non considerare l’aspetto finanziario. Ci vuole creatività anche lì, sapere chi ha i soldi e sapere come chiederli, capire che chi investe soldi su un’impresa non è un mecenate, ma un imprenditore a sua volta.
E soprattutto capire che questo nuovo mercato non è fatto di imprese “one man band”, ma di network, di lobby che lavorano grazie ad un’evoluta concezione del competitor distanziandosi da tutto quello che finora è stata la cosiddetta “aggregazione di imprese”. Non ci facciamo più nulla con gli associazionismi monocompetenza, ci vogliono network costituiti da singole competenze complementari.

Come vedi il panorama italiano delle startup?
È un modo di concepire l’impresa nuovo, per cui lo vedo bene. C’è però molto da fare e non basta l’entusiasmo. Che sia in Italia o altrove un’idea buona è nulla senza la previsione e la strutturazione di un modello di impresa che sia comune o ad-hoc. Spesso l’informazione ci dà i dati aggiornati delle imprese che chiudono ma quasi mai abbiamo per le mani i dati di quante hanno aperto nell’ultimo anno e quante sono ancora vive. Purtroppo il dato anche qui non è confortante e che se ne voglia dire, non è colpa delle burocrazie del Paese: ovunque un’idea per diventare impresa deve avere caratteristiche da impresa e non solo di idea innovativa e tecnologica che sia.
Se si riesce a far capire a chi fa start-up che quello è solo uno stadio iniziale per poi passare al profilo di impresa propriamente detta, saremo un passo avanti. Fare lo startupper non è un lavoro.

Roma secondo te è una provincia ad alto tasso creativo?
Roma è una città grande e io faccio il creativo a Roma, oltretutto abito in provincia. Non solo. Mi sono formato come creativo in una nota scuola romana e ho insegnato lì per oltre 10 anni, a formare creativi. Quindi posso a ragione rispondervi che Roma è piena di creativi. Ma anche qui siamo alla nuova cultura del lavoro e Roma è la città delle istituzioni, che di creatività ne usano davvero poca (purtroppo) mentre oggi ne viene richiesta sempre più dalle imprese diffuse in territori con vocazioni produttive molto elevate. Sono questi gli scenari che chiedono creatività.
Conosco bene anche altri territori italiani, lontani da Roma e devo ammettere che molte volte ho verificato che il contatto diretto creativi-imprese-territorio è un fiume che scorre bello veloce. Diciamo quindi che Roma è dotata, ma può fare di più, provincia compresa.

www.gangli.it

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Una risposta a Fare impresa è un lavoro creativo. Intervista a Stefano Gangli

  1. avatar

    Apaerpntly this is what the esteemed Willis was talkin’ ’bout.