Caterina Gatta

Caterina Gatta si è laureata in Scienze della Moda e del Costume alla Sapienza di Roma. Mentre studiava ha cominciato a muovere i primi passi nel mondo del lavoro, facendo l’assistente durante le “fashion week” milanesi. Nel 2008 Caterina inizia a sviluppare il suo progetto di moda registrando il marchio che porta il suo nome. Poi, la presentazione della sua prima collezione a New York, nel maggio 2009 e successivamente a Milano per il Vogue Talents Corner, progetto di scouting firmato Vogue Italia. Caterina realizza abiti con le stoffe vintage di famosi stilisti: Versace, Valentino e Lancetti, solo per dirne alcuni, e la direttrice della rivista Franca Sozzani, definita da Caterina “la sua musa”, ha voluto credere per prima nel progetto della giovane designer. Le creazioni di Caterina Gatta sono vintage sia nel tessuto sia nel design, ma non c’è nessun messaggio nostalgico nelle sue collezioni, solamente “la passione per una moda che attinge al passato per proiettarsi nel futuro” racconta la stilista. E continua: “c’è il bisogno di riscoprire attraverso i colori, le fantasie e le stampe, una vena creativa tipicamente italiana che sembra invece essersi esaurita proprio tra le nuove generazioni di designer“. Il 30 gennaio 2012 Caterina ha presentato capi e accessori per celebrare il cinquantesimo anniversario di Lancetti a Roma, per farlo ha girato personalmente l’Italia alla ricerca di tessuti vintage che portassero la firma del famoso stilista. “Dopo tanta ricerca, difficile ma appassionante – spiega la giovane romana – ho selezionato sette stampe che risalgono al periodo che va dalla metà degli anni ottanta ai primissimi anni novanta. Sono andata anche alla ricerca di testimonianze su Pino Lancetti, per avere un’idea più chiara del suo stile, della sua personalità, della sua vita e delle sue passioni“. Così come ha fatto per questo grande evento, Caterina cura personalmente tutti gli aspetti creativi, organizzativi e gestionali del proprio marchio. La ricerca dei tessuti in primis, successivamente la realizzazione degli abiti e la scelta delle modelle. Appassionata di fotografia, cura inoltre le immagini per le collezioni. “Secondo me – racconta – quello tra moda e fotografia è un connubio inscindibile. Sono come due innamorati che si completano“.

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Marco De Vincenzo

Marco De Vincenzo, fashion designer nato a Messina nel 1978, compiuti i diciott’anni si trasferisce a Roma dove si diploma in Moda e Costume all’Istituto Europeo di Design. Parallelamente al lavoro di assistente per Silvia Venturini Fendi sulla linea accessori, Marco, nel 2009, afferma la sua personale visione della moda classificandosi primo al prestigioso concorso Who is on Next?. Nello stesso anno lo stilista debutta con la sua linea d’abbigliamento a Parigi. Da questo momento in poi seguono diverse collezioni, come quella autunno-inverno 2012/2013 che Marco racconta così: “La collezione ha un sapore classico, dove le forme degli abiti seguono linee nette, dritte e definite. Si sottolinea il corpo, con effetti sfumati dell’aerografo ispirati al decoro delle facciate, per un tocco di plasticità e grafismo“. Da sempre affascinato dalla moda come espressione del tempo in cui si vive, Marco De Vincenzo cerca di interpretare il nostro, di tempo, ponendo il gesto creativo al centro del suo lavoro: “Sono sempre stato affascinato dalla creatività intesa come coraggio“, spiega. “Nel design come in altri ambiti progettuali, le scelte creativamente libere sono state fondamentali per abbattere muri e aprire nuove dialettiche. Spero di essere fedele a questo tipo di messaggio e mi piacerebbe restare libero nel tempo“. Per interpretare il tempo in cui viviamo, Marco cerca di guardare oltre e ascolta la propria voce creativa, essenziale per tutto ciò che riguarda il mondo della moda. “Il mio lavoro” – afferma – “nasce sempre dall’istinto. Un’attività del genere ti porta inevitabilmente a ricevere il parere di tutti e questo può essere costruttivo, ma può anche confonderti. L’importante non perdere mai di vista la natura istintiva, quasi ‘primordiale’ del proprio gesto creativo. Significa essere onesti con se stessi“. Questo rispetto nei propri confronti è forse la chiave, il punto di partenza per raggiungere ciò che questo stilista si prefigge. “Vorrei che i bisogni della gente tornassero ad avere un maggiore equilibrio rispetto a quello che la voracità del mass market ci ha imposto. In un contesto meno frenetico e più attento al valore delle idee, si colloca il mio ideale di realtà industriale e creativa“.

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Delfina Delettrez

Delfina Delettrez, quarta generazione della famiglia Fendi, nasce a Roma nel 1987 e trascorre l’infanzia tra la sua città natale e Rio de Janeiro. Studia in un liceo americano e dopo una formazione accademica improntata sulla Storia del Costume, si dedica all’arte orafa. Lancia con successo la sua prima collezione di gioielli in Francia per poi dare prova del suo talento creativo con altre numerose collezioni. Le sue creazioni, come lei stessa racconta, “nascono dalla necessità di esprimermi: sono una persona molto riservata e parlo poco. Il mio lavoro è il mezzo a me più congeniale per raccontare le emozioni. C’è chi scrive, chi dipinge, chi fa film e chi fa gioielli. Proprio da questo è nata la mia prima collezione presentata, nell’ottobre 2007, da Colette, a Parigi“. Delfina produce i suoi gioielli interamente in Italia e lavora non solo metalli preziosi, ma anche il marmo toscano delle cave di Massa Carrara, i legni esotici, il vetro e il cristallo, materiali che danno vita a collezioni sempre nuove e stravaganti. “Creo gioielli innovativi e fortemente identificativi capaci di creare meraviglia e di stimolare l’immaginazione di chi li osserva. Disegno quello che non c’è: la nuova idea di gioiello per la mia generazione“. Nel creare i preziosi, Delfina si ispira a un’idea di femminilità forte e semplice, una donna che sia capace di scherzare con sè stessa. Per dirla con le sue parole: “Il mio senso dell’umorismo mi porta a realizzare gioielli ironici, a metà strada tra ‘giochi per adulti’ e ‘mini sculture’. Ammiro le donne forti e i miei gioielli sono disegnati in particolar modo per loro. Infatti, non passano inosservati e mi piace pensare che possano diventare argomento di discussione in ambienti formali. Portare una lumaca in argento e pietre che si muove sulla spalla sicuramente crea stupore“. L’umorismo è sicuramente una componente fondamentale dello stile della giovane creativa, che ammette di prendere spunto anche dai suoi sogni e dalle sue paure. per questo nelle sue opere si respira a volte l’umore dei film di Tim Burton come “Nightmare before Christmas” o “La sposa cadavere”. Elementi, quest’ultimi, che danno un sapore magico ai suoi gioielli. “Mi piace – dice – sottolineare la forza degli amuleti, pensare che, grazie all’energia delle pietre e alla forza dei metalli, un gioiello possa avere un effetto energetico e propiziatorio. In fondo è quello in cui credevano gli alchimisti o gli egiziani, in tempi antichi“. Perchè non dovremmo crederlo anche noi?

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Benedetta Bruzziches

Benedetta Bruzziches è una designer di borse. A ventidue anni si laurea all’Istituto Europeo di Design di Roma. Da quel momento inizia il lungo viaggio che la porta prima a Milano per lavorare accanto a Romeo Gigli, poi a Dubai, per una ricerca di mercato, e in India come direttore creativo per un importante brand. Dopo aver lavorato anche in Cina e Brasile, Benedetta decide di tornare nella sua regione d’origine per dare vita al marchio: B.B. Per dirla con le sue parole: “Quello fu il momento in cui decisi di diventare una borsa“. Così Benedetta svela l’ingrediente più importante delle sue creazioni: il legame personale ed emotivo che crea con esse e la personalità che riesce a trasmettere. Il talento di Benedetta è quello di riuscire a disegnare delle borse che raccontano storie. “Il prodotto non funziona se non ha una storia dietro“, spiega la giovane designer intervistata da una blogger. “I miei clienti prima di affezionarsi alle mie borse si affezionano a me e ai biscotti di mia madre che vengono offerti durante le esposizioni“. Benedetta ha voluto chiamare la sua collezione 2012/13 “Prenditi cura di te!”. Le sue creazioni, qui, sono intessute di frammenti amorosi. “Cosa accade quando finisce un amore?“, recita la presentazione di questa collezione. “Quando il mattino si sveglia pigro e ti sorprende avvolta nei maglioni di lui. Quando lo specchio fatica a riconoscerti perchè lui andandosene si è dimenticato di restituirti il sorriso. Cosa accade quando la pioggia scioglie le pareti e tu rischi continuamente di scivolare? Accade che ti sei persa e di
nuovo ti devi cercare“. La femminilità che propone Benedetta parte dal di dentro, dalle emozioni e dalle sensazioni. Per poi raccontare e raccontarsi in un’estetica calda e avvolgente. “Con la borsa ‘Carmen‘” – spiega la designer – “ho ripercorso i lunghi attimi del dolore e dell’annientamento creando una borsa-divano dalla quale si vorrebbe, in certi giorni, essere inghiottiti, e dalla quale non ci si vorrebbe più separare. Poi è stato il momento della ‘Bugatti’, la borsa-fiaschetta che pare essere l’amica più calda e confortante per certi momenti. La ‘Paloma’ invece è la guarigione conclamata, il ritorno al piacere e alla bellezza, l’apertura al mondo“.

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Lara Aragno

Figlia di creativi, irrequieta da sempre, a 15 anni Lara Aragno inizia la sua carriera lavorando come attrice con grandi registi: Mauro Bolognini, Giuliana Berlinguer, Luca Verdone, Luigi Filippo D’Amico. Parallelamente collabora come assistente costumista con Andrea Viotti per gli spettacoli “Amleto” e “I Masnadieri” firmati da Gabriele Lavia. La sua prima esperienza di moda nasce dall’incontro con Pino Lancetti di cui diventa assistente. Nel 1982 Sergio Galeotti e Giorgio Armani la selezionano per assistere Silvana Armani nella neonata linea Emporio Donna, una ricca esperienza che dura 12 anni. Nel 1995 dall’incontro con Prada e dal progetto Miu Miu, si sviluppa il suo nuovo sguardo sulla moda, vista più come espressione creativa di linguaggio e pensiero. Il “concept” prende il sopravvento sul prodotto. Nel 1997 l’incontro che ha stravolto la sua vita, con Romeo Gigli, che diventa, nel 2003, suo marito. Dal 2006 dirige la scuola di moda dell’Istituto Europeo di Design di Roma.