REPORT TAVOLA ROTONDA
Reload – progetto: WINDOWS “L’uso temporaneo di spazi”
Tavola rotonda sull’uso temporaneo di spazi improduttivi pubblici e privati a scopo culturale di giovedì 10 marzo 2011 – ore 15 – report della tavola rotonda
Finita lʼazione è tempo di riflessione. Reload in questi due mesi si è proposto come modello per una pratica da incoraggiare, sviluppare, sostenere e a cinque giorni dalla sua chiusura, infatti, il bilancio si fa sul futuro, sulle possibilità che lʼuso temporaneo di spazi passi dallo stato sperimentale di “pratica” a quello riconosciuto di “risorsa”. A tracciare un quadro ampio e chiaro dei diversi meccanismi di funzionamento di una macchina energeticamente autosufficiente, ovverosia che non macina solo economia per produrre cultura, ma macina anche la cultura prodotta per restituire economia in un circolo virtuoso sperimentato, è Manon Slome, con un video messaggio mandato da New York. Portando lʼesempio della Grande Mela, dove dal 2009 è attivo il suo gruppo No Longer Empty, Slome ha sintetizzato i nodi attorno ai quali si muove il ragionamento quando si parla dellʼuso temporaneo di spazi. Il primo è certamente la possibilità di portare contenuti artistici direttamente allʼinterno delle comunità che popolano le città andando incontro ad un audience che a fatica si muove verso le grandi istituzioni culturali. Ma non sono seconde tutte le implicazioni che questa pratica ha a livello di economia locale, dallʼincentivazione alla locazione definitiva degli immobili sfitti che per un periodo determinato diventano luoghi di cultura, alle ricadute che la vivificazione di zone morte ha sullʼeconomia di un quartiere in termini di indotto indiretto. Lʼauspicio, secondo Slome, è dunque quello che gli amministratori pubblici, i proprietari di immobili e i manager, laddove non lʼabbiano già fatto, capiscano che la cultura ha dimostrato di essere un elemento essenziale allʼinterno della pianificazione di uno sviluppo economico territoriale. Sulla base di questo canovaccio di riflessioni il dibattito è partito dal basso ossia, da chi sul campo cerca spazi per realizzare i propri progetti culturali, come fa Opera Rebis, lʼassociazione di curatori composta da Antonia Alampi e Anna Simone, autrici del progetto Stormed allʼinterno di Reload. La Simone ha dato lʼavvio alla riflessione condivisa spiegando proprio quale sia lʼimportanza di uno spazio non convenzionale nella ricerca artistica. Esso ha infatti la qualità di abbattere ogni distanza fra artista e comunità. Luoghi vuoti, temporaneamente prestati allʼarte portano lʼarte “a terra”, negli spazi stessi in cui la società si muove quotidianamente, abolendo filtri, metafore e diventando elemento di intervento diretto sul tessuto cittadino. Le fa eco Franco Nucci, presidente della Fondazione Volume!, che da circa 15 anni basa la propria attività sul rapporto fra artista e spazio e in questo senso, accennando allʼultima scommessa della Fondazione, che realizzerà nel parco del Corviale a Roman un progetto che pone a confronto architetti e artisti, ha notato come gli spazi, nella loro complessità in termini relazionali, portino alla possibilità di unire più competenze su un singolo intervento. Gli spazi “non convenzionali” sono allora luoghi in cui si può uscire dalla “convenzione” e iniziare dialoghi interdisciplinari tesi a ricostruire una idea di rete e di dialogo allʼinterno della cultura che appartiene ai momenti più felici della Storia. Lʼidea infatti di produrre luoghi dʼincontro sembra dominare anche la ricerca di Giacomo Zaganelli, artista fiorentino che pur vivendo a Berlino e forse in forza di questo tipo di esperienza in un luogo che sul riuso ha costituito il più luminoso esempo in Occidente, ha iniziato a costruire una “mappa dellʼabbandono” ossia un monitoraggio sui molti spazi in disuso della sua città natale. Lʼobiettivo è sollevare lʼattenzione delle istituzioni italiane affinché luoghi in stato di degrado, e dunque “in perdita”, si trasformino in risorse in una città che ha croniche carenze di spazi produttivi. Che lʼiniziativa venga da un artista, proprio come per Reload, sembra più di una coincidenza. E artisti, infatti, sono anche Davide Gennarino e Andrea Respino del Gruppo Diogene di Torino che hanno rovesciato la prospettiva spiegando come lo spazio non sia solo un luogo vuoto, un capannone, un edificio che possa essere riempito da un pubblico o da unʼofferta culturale includente, ma possa, di contro, essere la semplice interrelazione di un artista con una comunità partendo da un luogo interstiziale, un bivacco di fortuna come quelli che in questi anni la loro associazione ha costruito in spazi di risulta del tessuto urbano torinese. In questo senso non sono solo le “manifestazioni” ad essere capaci di innescare un dialogo fra società e arte, ma anche una residenza in un luogo non convenzionale può divenire, per una comunità di cittadini, un punto privilegiato di osservazione e di confidenza con la pratica artistica e col suo universo di contenuti. Ma che nome dare a tutta questa galassia di interventi culturali? La definizione semplice, ma significativa arriva da Patrizia Ferri, co-direttrice del CEDRAP (Centro di Documentazione e Ricerca sullʼArte Pubblica) dellʼUniversità di Roma “La Sapienza”. Proprio “arte pubblica” è la definizione che si meglio addice a queste pratiche e la sua specificità è determinata dal suo coniugarsi secondo le forme del presente in termini di relazionalità e di formazione con il tessuto civile. Se dunque si pensa al concetto stesso di arte pubblica che percorre la Storia non è poi difficile capire come esso sia uno strumento biunivoco di sviluppo, se da una parte cʼè la società che ne fruisce a trarne vantaggi, dallʼaltra sono le istituzioni o i gruppi privati che hanno interesse sul territorio a poter sfruttare la capacità di evoluzione e riqualificazione che tale strumento è in grado di esercitare. Lʼesempio lo porta Clara Tosi Pamphili che a nome di Eur Congressi ha notato come per uno dei più affascinanti quartieri della capitale, lʼutilizzo di pratiche di riuso temporaneo dei diversi spazi vuoti attualmente presenti potrebbe essere un elemento strategico volto alla riqualificazione di una zona che da anni è in deficit di popolazione. La vitalità culturale è infatti un elemento incentivante rispetto allʼaumento della residenzialià in un quartiere che essendo per lo più composto da uffici si svuota dopo le 18. Ma lʼesempio dellʼEur vale anche se rovesciato nel suo opposto, i quartieri sovrapoplati. E di strategia continua a parlare Edoardo Rosati, in rappresentanza della proprietà dello spazio che ha ospitato Reload, il Gruppo Rosati. Lo fa partendo dallʼinizio della storia che si è scritta nelle ex officine automobilistiche di via Ghisleri, dalla volontà partita proprio da lui di tentare una strada “altra” per vitalizzare uno spazio vuoto che la crisi rendeva difficile da affittare. I risultati di Reload, secondo il suo parere sono stati superiori alle aspettative e dunque non solo hanno prodotto un ritorno immediato in termini imprenditoriali di offerte per lʼuso e lʼaffitto dello spazio, ma addirittura hanno motivato la stessa proprietà a verificare se la destinazione culturale possa diventare qualcosa di più che un episodio temporaneo per quellʼedificio. Ovviamente però un percorso di questo genere da parte dellʼimprenditoria privata, secondo Rosati, dovrebbe essere sostenuto dalle istituzioni in termini di facilitazioni burocratiche. Una idea che è confermata dallʼarch. Monica Scanu, dello studio Insula architettura e ingegneria, che ha portato esempi concreti di un possibile riutilizzo di luoghi culturali che hanno dovuto cedere alla crisi. Tra questi è emblematico nella capitale il caso dei molti cinema chiusi che potrebbero diventare case temporanee per progetti culturali le cui specificità non andrebbero a modificarne la destinazione mantenendone il ruolo identitario che avevano allʼinterno della comunità territoriale in cui erano inseriti quando erano attivi. A raccogliere lʼinvito di Rosati, però è anche in neoassessore alla cultura di Roma Capitale Dino Gasperini, che ha riportato una esperienza già iniziata da pochissimo e in corso di definizione, relativa allʼapertura di un tavolo con gli istituti previdenziali e le casse degli istituti autonomi, proprietari di moltissimi immobili vuoti che fanno parte del loro patrimonio e che potrebbero essere messi a disposizione di progetti culturali temporanei. Un lavoro in questa direzione dunque è già in corso, ma Gasperini non manca di precisare come la gestione diretta di tali spazi da parte delle istituzioni rischi di trasformarli in macchine troppo lente e costose per essere davvero funzionali. La soluzione è lui stesso a proporla, ritagliando per lʼamministrazione un ruolo di tramite che possa condurre le trattative con le altre istituzioni per poi «cedere sovranità» temporaneamente su quegli spazi a vantaggio di giovani operatori indipendenti che sono in grado di farli funzionare con “software più leggeri e agili”. La Provincia di Roma, di per conto suo, per bocca dellʼassessore Cecilia DʼElia, tende a rilevare la validità del percorso realizzato a Torino dal Gruppo Diogene in relazione alla missione stessa di un ente che avendo come riferimento non solo la città, tende a focalizzare la sua attenzione sui luoghi di attraversamento. Diverse, ma forse solo in apparenza, (saranno poi i fatti a dirlo), è la la risposta delle due istituzioni in termini di accessibilità ad una progettualità condivisa. Se la Provincia tende a privilegiare lo strumento del bando come luogo per la raccolta delle idee, Gasperini si dichiara favorevole ad unʼazione interlocutoria più dialogica. Ma in questo senso viene a porsi una questione non marginale, ossia quali siano i criteri di valutazione e quali le interfacce ideali fra istituzioni che non hanno strutturalmente al proprio interno le competenze per valutare la qualità artistica e i giovani operatori (artisti o curatori) indipendenti. Stessa questione varrebbe se ad essere tendenzialmente interessati alla cultura fossero dei soggetti imprenditoriali. La domanda più naturale da porsi diventa dunque se ci sia e quale potrebbe essere un ruolo dei musei (specie quelli che fanno riferimento alla città) in questa prospettiva. Luca Massimo Barbero, direttore del Macro ci tiene però a sottolineare che il lavoro del museo può e devʼessere quello di valorizzare delle esperienze esistenti, specie se giovani e di qualità, allʼinterno della propria programmazione, ma che ciò non comporta un farsi garante o interfaccia diretta fra piccoli operatori e altri soggetti, istituzionali o privati. E della stessa idea è Anna Mattirolo, direttore del Maxxi, che rivendica al suo museo un ruolo di formazione del pubblico inteso nel suo senso più ampio e che tende ad includere allʼinterno di un corpo sociale ampio, anche i potenziali soggetti del mondo imprenditoriale che potrebbero sostenere operazioni di uso temporaneo, allʼarte contemporanea. Per capire poi quale sia il rapporto fra il suo museo e la scena emergente e più giovane il direttore è perentorio: «Il Maxxi non è una Kunsthalle». La frase è netta per introdurre un pensiero secondo cui sarebbe responsabilità proprio degli operatori indipendenti creare occasioni come quella di Reload., usando la città come luogo di sperimentazione. Lʼidea della Mattirolo è che un sistema funziona bene se ognuno sa assolvere al suo ruolo. E allʼobiezione di Gian Maria Tosatti, moderatore della tavola rotonda, se in condizioni di debolezza del sistema non si debba talvolta andare oltre i propri compiti al fine di ricostruire il tessuto connettivo che nel tempo possa essersi logorato, è Barbero a rispondere riportando allʼattualità il tema del ruolo dellʼartista che sembra da qualche tempo aver abbandonato alcune prerogative del proprio spirito creativo a vantaggio di unʼambizione personale che poi si traduce il più delle volte in paura di tentare i rischi del mestiere. Creare gli spazi sperimentali è per Barbero prerogativa degli artisti in una dimensione di transitorietà, che cessa appunto quando si esaurisce la sperimentazione diventando pratica svincolata da una “temporaneità” e dunque pronta ad essere consegnata alla “temporailità” del museo. A chiudere lʼincontro sono le riflessioni di Massimiliano Tonelli che si muove con una certa libertà rilevando accordi e contrasti in quanto affermato dagli altri intervenuti. E sposando le posizioni di Mattirolo e Barbero rispetto al ruolo di “formazione” dei musei, rilancia sullʼimportanza potenziale dei privati allʼinterno del sistema della cultura in unʼottica che non è mecenatistica nel momento in cui emerge con chiarezza – come dallʼesempio americano di No Longer Empty o da quello italiano di Reload – come la cultura in generale sia un valore di scambio molto attraente sul mercato. Eʼ urgente e necessario dunque uscire da un orizzonte assistenziale per assumere una consapevolezza relativa al ruolo di interrelazione con gli altri comparti della società che lʼarte ha non solo su un piano strettamente culturale, ma anche – in modo neppure troppo indiretto – sul piano economico. Lʼesempio americano e quello di Reload sembrano aver stimolato lʼattenzione ad analizzare quali siano realmente una serie di effetti che fin qui sʼè teso a considerare secondari, ma che in realtà non lo sono affatto in una prospettiva internazionale. Tra essi ci sono le ricadute effettive sullʼindotto delle attività commerciali limitrofe a centri culturali temporanei ampiamente frequentati o lʼincremento dʼinteresse che operazioni di riqualificazione portano rispetto alla domanda di residenzialità comportando una crescita derivata del mercato immobiliare. Sono tutte questioni che fra Europa e Stati Uniti hanno già ampiamente dimostrato la loro validità costituendo una base credibile per quei soggetti privati che volessero prenderle in considerazione. Ma perché ciò accada è importante compiere una alfabetizzazione che tenda a creare tessuto connettivo fra i comparti che costituiscono la struttura economica di una società. Di nuovo ai musei torna il ruolo di compiere questa alfabetizzazione – Mattirolo e Barbero stavolta rispondono “presente!” – ma anche i mezzi dʼinformazione di settore possono essere una risorsa importante in questa prospettiva e infine anche gli stessi artisti che creando occasioni di grosso impatto mediatico come è stato Reload, hanno comunque la capacità di attrarre lʼattenzione su esperienze significative e sulle “tesi” su cui esse sono strutturate. Sono molti spunti operativi dunque quelli che la pratica di uso temporaneo di spazi ha lasciato in eredità ad unʼassemblea che per la prima volta si è riunita costituendo un parterre tanto ricco di istituzioni a confronto su temi legati alla cultura indipendente in un luogo che di quella cultura è diretta espressione, o meglio, prototipo. Estremamente ampia la partecipazione di pubblico che ha raggiunto le ex officine automobilistiche di via Ghisleri alla loro ultima apertura ufficiale per il progetto Reload a dispetto dellʼorario lavorativo e della giornata feriale.
SPAZI RELOAD
L’archeologia industriale delle città offre nuovi spazi artistici per poter sfruttare al meglio strutture, che il più delle volte sono dismesse, in via di riqualificazione oppure semplicemente abbandonate. Una pratica che era già nata qualche tempo fa a Londra, poi sviluppata in tutta Europa, oggi è giunta anche negli Stati Uniti dove ha trovato una nuova patria. Sarà stato l’effetto “crisi” ma oggi è più facile incontrare vere e proprie gallerie che si sono trasferite in abitazioni private, ed eventi che sono stati spostati, o che vengono organizzati e si svolgono per brevi periodi di tempo in strutture che stanno cambiando destinazione. A Roma è comparso Reload: il prototipo di un modello d’intervento culturale nella città. Cosa significa esattamente? Materialmente: che si riutilizzano temporaneamente degli spazi vuoti. Culturalmente: questi spazi vengono “ricaricati di energia creativa” in quanto si organizzano attività artistiche in edifici che, ormai, hanno esaurito la propria funzione originaria, anche se non si trattava di centri culturali e creativi. Così Reload sta utilizzando 3000mq di un’ex officina automobilistica e in questo spazio per due mesi (fino al 5 marzo) svilupperà progetti di sperimentazione artistica dedicati alle arti visive e alle contaminazioni con l’architettura e la performance. Perché? Per tre motivi, ossia i tre obiettivi dell’iniziativa: mettere a disposizione degli artisti uno spazio estremamente flessibile; portare interventi culturali in aree cittadine e sociali nuove; creare una micro-sistema economico nel settore della cultura. Queste le idee di Gian Maria Tosatti ideatore e direttore di questa sperimentazione artistico-urbano nel quartiere del Pigneto a Roma. “In un momento di difficoltà nell’investimento economico sulla cultura la riflessione di Reload porta alla volontà di realizzare un prototipo a bassissimo budget che si basa su un sistema di partnership tecniche che pur non avendo nessun costo reale rendono possibile l’iniziativa. Da un punto di vista culturale, invece, Reload cerca di confrontarsi principalmente con le domande che restano senza risposta all’interno del sistema dell’arte attuale. In questo caso sono due: la crisi degli spazi no-profit a Roma determinata dalla mancanza di un supporto istituzionale e la necessità di maggiore dialogo fra critici e artisti”. La risposta a queste urgenza nei progetti organizzati e nella tavola rotonda, che si è tenuta Venerdì 21 gennaio presso gli spazi delle ex officine Rosati, per parlare delle potenzialità degli spazi no-profit in Italia. L’incontro, dal titolo “Gli Spazi Indipendenti”, al quale hanno partecipato, tra glia latri, Umberto Croppi, l’architetto Monica Scanu, Rosanna Capone (Provincia di Roma), Ludovico Pratesi (direttore Pescheria di Pesaro e Palazzo Fabbrioni di Pistoia), Chiara Agnello (Careof, Milano), Elena Bellantoni (91mq, Berlino), Fabrizio Pizzuto (Condotto C, Roma), Antonia Alampi (Opera Rebis, Roma), Gabriele Gaspari (26cc, Roma), Benedetta Di Loreto (1:1 projects, Roma), Marion Franchetti (Associazione Giovani Collezionisti) ha portato l’attenzione sulle problematiche critiche ma anche su quelle buone pratiche e soluzioni che si possono adottare per sostenere gli spazi indipendenti, visti come anello di congiunzione fondamentale fra le realtà museali e quelle commerciali in un momento in cui anche a Roma si sta registrando una forte crisi.
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